domenica 23 ottobre 2016

C'era una volta ... Genova ed il carbone




Già il carbone... questa cosa nera, sporca, strana, che brucia.

Oggi questa "cosa" te la vendono carissima nei sacchetti di carta per fare il "barbecue" sul terrazzo o in giardino, e questo è l'unico "ricordo" che i giovani d'oggi avranno del carbone .
I nostri bisnonni ci cucinavano il  pranzo ed i nostri nonni ci scaldavano la casa (quelli che potevano permettersi il lusso di bruciarlo nella stufa).

Dal carbone estraevano il gas che illuminava le strade, e solo il carbone  ha permesso l'inizio della "era industriale" , l'era delle "macchine".

L'estrazione ed il trasporto del carbone hanno dato origine alle fortune economiche di molte imprese, nutrito molte famiglie, causato molte tragedie, morti, vedove e orfani.  Al carbone ed ai suoi derivati erano legate molte attività, molti mestieri, molte storie, molte vite.

Ma il carbone sporca, inquina, e nella nostra era "post industriale" vogliamo solo cose sane, pulite, ecologicamente compatibili e quindi... (ipocritamente non vogliamo sapere che proprio noi siamo la cosa meno eco-compatibile che esista, ma questo è un altro discorso).

Quindi...  quindi oggi vorrei ricordare il rapporto tra Genova ed il carbone parlando del lavoro di chi il carbone lo sbarcava nel porto della città.

Per inciso, questo post è scritto al singolare perchè parzialmente "autobibliografico" e Loredana stavolta si limiterà a correggrmi l'ortografia. (ho il vizio di digitare a casaccio).

A Genova non abbiamo miniere di carbone, quindi ce lo portavano via mare fin dal tempo in cui nemmeno le navi lo usavano perchè andavano a vela. Il punto di "rifornimento" più comodo ed economico era allora l'Inghilterra.  Il carbone all'epoca veniva usato per cucinare, scaldarsi (poco), ma sopratutto per la fusione e la lavorazione dei metalli.

Venivano usati in genere velieri di media taglia, brigantini o simili ed il carbone veniva spalato a mano nelle coffe di vimini che i facchini trasportavano a spalla camminando su precarie passerelle.
Molta manodopera veniva impiegata in questo pesante ed insalubre lavoro.

Foto dal web non catalogata

La pesatura della "coffa"

Le "passerelle"

 Questo sistema di sbarco piuttosto "primitivo" continuò ad essere in uso ancora a lungo, forse per la scarsità di accosti sotto le "benne" e forse anche per l'econimicità della mano d'opera. La foto di prima è datata 1932, mentre quella che segue è del 1936 anni in cui erano già in funzione i "moderni" elevatori elettrici che mostreremo più avanti un questo post. La parte terminale di un elevatore occhieggia nell'angolo sinistro in alto già nella foto che segue, il che vuol dire che la nave sbarcava contemporaneamente sia con l'elevatore che con i sistemi tradizionali .

sbarco "tradizionale" del carbone nel 1936 da "Il Porto Frainteso" di Macciò e Migliorino ed.Costa&Nolan



Spesso, a causa dello scarso spazio disponibile in banchina,  lo sbarco dalla nave avveniva sulle chiatte dalle quali poi il carbone veniva successivamente pesato e trasferito nei mezzi che lo avrebbero portato a destinazione. 

coffinanti scaricano carbone da chiatta -  tela di G.B.Costa - da  "porto di Genova" Sagep editore

Carbonin a calata San Benigno - ricarico da chiatta a vagone


Dalla metà del 1800 lo sbarco del carbone aumentò progressivamente ed in maniera impressionante a causa della rapida industrializzazione del Nord Italia e dell'implementazione della illuminazione a gas (in quanto il gas era ricavato dal carbone). Necessitavano quindi maggiori accosti dedicati al carbone e nuovi e potenti mezzi per lo sbarco: gli elevatori elettrici.

Già nei primi anni del 1900 erano disponibili a Genova a Ponte Assereto nuovi elevatori con benna della portata di 2 ton ed una "resa" di 36 ton/ora dedicati allo sbarco del carbone.  Li vediamo in questa foto.



Nonostante la costruzione di sempre nuovi moli, lo spazio a terra non bastava mai, e le navi andavano di fretta,  cosicchè si arrivava a sbarcare contemporaneamente via terra e via mare (su chiatta) come vediamo nella foto che segue:




Con l'entrata in servizio delle navi a vapore, il carbone veniva sbarcato su chiatta anche per rifornire le navi del carbone necessario per il viaggio. Specie i grandi transatlantici ne consumavano grandi quantità e dovevano fare "il pieno" in quasi tutti i porti di scalo.
Qui due "navi bianche" ormaggiate al ponte Andrea Doria  fanno provvista di carbone da chiatta. Questa operazione di rifornimento era definita in gergo "carbonamento".





A volte il rifornimento di carbone ai transatlantici non era affatto agevole e, per gli addetti al rifornimento, l'operazione si rivelava più gravosa ancora di quando l'avevano sbarcato, come vediamo nella foto che segue, databile ad inizio 1900. Qui i "boccaporti di carico" sono situati in alto e vediamo una serie di "catene umane" che, arrampicate su scalette poco sicure, fanno il passamano delle coffe di carbone dalle chiatte alla nave.




Ed ora parliamo della parte autobiografica (veramente non "parliamo": io ne scrivo, voi leggete... ma un "parliamo" mi paceva mettercelo). Quindi "parliamo" del lavoro dei "carbonin" come li chiamavano un tempo a Genova o carbonè come li chiama il loro attuale console.
Uomini fieri, abituati alla fatica con cui si guadagnavano il loro magro salario lavorando in condizioni igienico-ambientali proibitive. Condizioni igienico-ambientali che non sono migliorate molto anche dopo la meccanizzazione delle operazioni di sbarco, come ho potuto constatare "grazie" al mio lavoro sulle navi e nel porto.

A questo proposito vorrei proporre il racconto del mio primo incontro col mondo dei carbonin, non quelli genovesi ma quelli di un altro porto italiano.
Avevo solo 5 anni ma quei ricordi non si cancelleranno mai. Avevo raggiunto con la mamma mio padre che era arrivato da Norfolk con un liberty carico a tappo di carbone. Sbarcavano con la benna a ganasce, ma i "corridoi" dovevano venire spalati a mano. Ai miei occhi innocenti si apriva un inferno ("dantesco" non potevo ancora dire per mancanza di dati... ma dell'inferno qualcosa mi avevano già anticipato per mettermi in riga: se fai capricci... ). 
Un inferno in terra davvero: la benna piombava rapida nella stiva con un rumore tremendo di ferraglia ed il colpo faceva rimbombare e sussultare il ponte di coperta. 
Le ganasce si serravano lentamente con un altro verso orribile e la benna si sollevava lasciando cadere una nuvola di polvere nera che oscurava il sole, si disperdeva nell'aria e ti entrava nei polmoni, nelle orecchie, dappertutto. 
Nel frattempo, una decina di uomini, neri, nudi dalla cintola un su, con un fazzolettone in testa, (che lasciava raramente intravedere il suo colore originale), spalavano con una lena rabbiosa il carbone giù nella stiva. Agli occhi di un bimbo erano diavoli o peggio... erano dannati dell'inferno.. Tanto più che cadenzavano le palate con una nenia che pian piano cominciavo a capire: ad ogni palata, una bestemmia. Proprio cosi: palata e bestemmia, palata e bestemmia, palata... ogni volta una una bestemmia diversa e capivo sempre meglio: era una filastrocca blasfema (a cinque anni ero un esperto di filastrocche, ma non ne avevo mai sentita una così). Poi la filastrocca si ripeteva, si ripeteva all'infinito... 
Il sudore creava rivoli bianchi su quei petti scuri, sulle schiene curve e le spalle poderose. Rivoli subito coperti da altra polvere ed altri rivoli nascevano e subito sparivano formando disegni indecifrabili. 
Rumori di macchine e di parole, polvere, sudore. Stupito, affascinato, intimorito, osservavo quel mondo nuovo inconsapevole che fra non molti anni tutto ciò avrebbe fatto parte del mio lavoro, della mia vita. 
Venne la sera, andati via i portuali, i marinai "guarnirono" le stive con i "cagnari" (quella notte non si lavorava) e poi iniziarono a fare il "lavaggio dei ponti" così i corrimano delle scalette tornarono bianchi, gli idranti ridivennero rossi ed i ponti bagnati sembrarono prati verdi luccicanti di rugiada. L'inferno, almeno per quella notte, era tornato nel profondo del caos. Nel buio della notte, illuminata dai fanali di bordo, mi sembrò quasi che fosse tornato il sole...

Vi ho raccontato l'impressione di un bambino di 5 anni. "Impressione" nel vero senso della parola in quanto impressa indelebilmente nella memoria. Impressione che ho in seguito rielaborato, compreso, reinterpretato e non mi ha causato condizionamenti di sorta quando ho rivissuto, tra i 18 ad i 30 anni, simili scene in ambienti forse anche peggiori.

Ora comprenderete perchè questo post ho voluto scriverlo da solo.








lunedì 10 ottobre 2016

Le case dei nobili





Torniamo alla aulica prosa di LuigiTommasoBelgrano in "Della vita privata dei Genovesi" che ci parla delle case dei nobili nel Medio Evo.

Per opportun riferimento "visivo" aggiungo le solite mappe del Poleggi (4 mappe per Insediamenti nobiliari al 1414 ed una del sec XII. Il tutto da "Una città portuale del Medioevo" di Bianchi e E.Poleggi ed. Sagep).


Da "I Genovesi -  Valenti Editore


Insediamenti Nob. al 1414 da Una città portuale del Medioevo di Bianchi e E.Poleggi   ed. Sagep

sec XIII da Una città portuale del Medioevo di Bianchi e E.Poleggi   ed. Sagep


Per ora accontentiamoci di aver localizzato le abitazioni dei protagonisti della storia medioevale genovese. Dei loro interni ed arredi parleremo in seguito, in un prossimo post.

venerdì 7 ottobre 2016

La abitazioni di Genova nel secolo XII




Da cosa nasce cosa.
Da "I Genovesi" edito da Valenti in due volumi nasce questo post, che speriamo sia il primo di una lunga serie. Il Valenti riporta alcuni testi da "Della vita privata dei Genovesi" di Luigi Tommaso Belgrano (1838-1895).  Una descrizione della Genova del passato fatta da un uomo vissuto in pieno ottocento, che vede il passato con gli occhi e la mentalità ed il linguaggio dei suoi contemporanei.

Non staremo a ricopiare o riassumere i testi ma li riporteremo integralmente come ce li mostra il Valenti. Preparatevi a tornare indietro di più di un secolo per una conferenza sui genovesi del XII secolo:




Per opportuno riferimento ci mettiamo anche la piantina del Poleggi che ci mostra lo sviluppo edilizio dell'epoca.

sec XII da Una città portuale del Medioevo di Bianchi e E.Poleggi   ed. Sagep


E, sempre del Poleggi, una paginetta con alcuni riferimenti alla mappa.

crescita urbana sec XII tav II da Una città portuale del Medioevo di Bianchi e E.P R







I "voltoni" dell'Acquasola





I "voltoni" dell'Acquasola.

Io li ho chiamati così, voi chiamateli come volete. Per evitare equivoci li troverete nelle immagini che seguono, evidenziati con una freccia rossa.
 
Per capirci meglio pubblichiamo uno stralcio dalla Carta Topografica della Città di Genova del 1846 del Grondona, dove vediamo che dai Giardini dell'Acquasola partiva una passeggiata "sulle mura" che arrivava alla Villetta Di Negro.
 
Da piazza Fontane "Amorose", per salita S.Caterina il passante arrivava direttamente alla spianata e passava sotto le mura ed i giardini attraverso due "voltoni" (ecco il titolo del post). Quindi, attraverso via SS.Giacommo e Filippo, scendeva in via Serra.
 
Piazza Corvetto, naturalmente , non c'era ancora.
 
Fra i due "voltoni" una scalinata conduceva su alla passeggiata sopra alle mura.

Le immagini:
1) Mappa del grondona 1846
2) Cartolina del Mangini che ristampa una foto del 1870 della passeggiata sopra le mura con le scalinate.
3) "Voltoni" immagine dipinta da Domenico Cambiaso presa da "I Genovesi" edito da Valenti.
4) Scalinate fra i voltoni da Corvetto voltoni per Acquasola da "GENOVA SCOMPARSA" - ed. Mondani.