sabato 22 aprile 2017

Piazzetta dei Minolli




In questo blog abbiamo scritto del porto, della sua nascita e del suo sviluppo e della gente che vi lavorava.
Ancora non abbiamo parlato delle operazioni di zavorra.
A Genova, città di mare, abbiamo a volte sentito dire "quella è una inutile zavorra" indicando cose o persone poco utili alla comunità.
Quindi comunemente associamo la parola "zavorra" all'aggettivo inutile.  In fondo la zavorra non paga nolo, non contribuisce al guadagno. Viaggiare "in zavorra" vuol dire "viaggiare a vuoto" essere sulle spese, a guadagno zero.
Quindi perché spendere tempo e denaro per imbarcare zavorra?
Perché le navi sono costruite per viaggiare a pieno carico. In queste condizioni il baricentro cade nel punto ideale, quindi la stabilità è ottimale anche con tempo cattivo.
Questo valeva ancor più con le navi a vela. Con le vele spiegate la nave sbandava sotto l'azione del vento e serviva un baricentro basso per mantenere la stabilità ed evitare che un colpo di vento improvviso la rovesciasse.
L'ideale quindi sarebbe viaggiare sempre carichi di merce pagante ma a volte, sbarcata la merce, si è costretti a viaggiare vuoti fino allo scalo successivo. E qui entra in gioco la "zavorra".
Oggi le navi in ferro zavorrano le cisterne dei doppifondi con acqua di mare per mezzo di potenti pompe ma sui velieri i doppi fondi non c'erano e si doveva ricorrere a qualcosa di pesante che si potesse collocare e rimuovere con la maggiore facilità ed al minore costo possibile: ghiaia e sabbia.
Quindi nei porti ben attrezzati c'era un servizio di "pronto zavorramento"  che forniva materiale e manodopera a richiesta. A Genova erano chiamati "Minolli"
 
Ce ne parla Franco Risso, nel suo articolo sul suo gruppo FB  "Storia e Arte a Genova 500/700   (https://www.facebook.com/groups/532343486948143/)


che qui riportiamo integralmente:

Ricordo della piazzetta dei Minolli (esistente)

L'immagine può contenere: sMS


A San Pier d'Arena esisteva fin dai tempi della Repubblica Popolare una corporazione intitolata ai Minolli
Compito degli associati, che fra loro si chiamavano fratelli, era quello di procurare ai velieri, che salpavano da Genova per lunghe navigazioni, la zavorra per equilibrare la stabilità del veliero.
La zavorra era prevalentemente sabbia che i Minolli raccoglievano sulle spiaggia di Vesima ed Arenzano.
Questa corporazione era governata da un 'priore' od un 'console' eletto fra i capobarca.
Le imbarcazioni dei Minolli erano numerate tramite un n° progressivo e quasi tutte erano intitolate ad un familiare di un capo barca.
I nomi più comuni assegnati alle imbarcazioni erano quelli delle madri o delle mogli, per cui spesso erano nominate "madre Antonia" oppure " moe Bedin"
" Moe Manin" oppure " la mia Caterina" o "la bella Luigina" o altrimenti "madre Teresa"
Altri leudi dalle forme sgraziate avevano nomi buffi come "Barudda" "Morasso"
"O Storto" o "Mattagou" " Gritta" o altri simili.
La vita dei Minolli era durissima, perché quando numerosi velieri dovevano salpare contemporaneamente, dovevano velocemente procurarsi la zavorra.
Gli aderenti a questa corporazione erano dei veri lupi di mare e volentieri partecipavano al salvataggio dei naufraghi.
Resiste il ricordo di un drammatico episodio avvenuto in una notte del gennaio 1871 quando il brick camoglino "Rachelinn-a" andò a schiantarsi sugli scogli della Coscia.
I Minolli accorsi generosamente riuscirono a salvare l'intero equipaggio dalla spaventosa tempesta.
Con l'avvento dei piroscafo e la conseguente diminuzione delle navi a vela i Minolli zavorratori ridussero la loro attività.
Continuarono comunque la loro presenza in area portuale e pur di vivere in mare si adottarono a fare i chiattaioli al "Passo Nuovo"

Nessun testo alternativo automatico disponibile.




Alcuni discendenti dei Minolli conservano come reliquie alcune parti in legno provenienti dalle barche ormai distrutte.
Grande amico dei Minolli fu il pittore Nicolò Barabino anch'egli nativo di Sampierdarena

lunedì 10 aprile 2017

La "passione" di Santa Maria In Passione






Un titolo provocatorio per un post provocatorio.


Mappa esposta in S.Maria in Passione


Ma cominciamo dal principio.
C'era una volta, a Genova... nel 1300,  una prima comunità religiosa delle monache agostiniane della Madonna della Pietà, poi di Santa Maria di Misericordia detta "in Passione". Non stavano proprio lì, dove vediamo quei "ruderi", ma abbastanza vicino, sulla collina di Castello.
Nel 1400 traslocarono in San Silvestro, in coabitazione con le Domenicane di Pisa.
Coabitazione difficile? non sappiamo, comunque appena possibile ri-traslocarono in una vicina casa degli Embriaci che adattarono a convento costruendovi una cappella con campana ed altare.  Nel 1462 il nuovo edificio era pronto e le monache vi si installarono.
La comunità crebbe, incamerando anche alcune congregazioni minori ed intorno al 1550 il convento venne ampliato e venne costruita una chiesa più grande.

Mappa da "S.Maria di Castello" di Ennio Poleggi - Sagep


Successive modifiche in stile barocco modificarono gli interni con l'opera di importanti artisti genovesi come Valerio Castello, Domenico Piola e Lazzaro Tavarone.
Le "solite leggi napoleoniche" sfrattarono le suore. Nel 1818 L'edificio fu restituito al clero (vi si insediarono suore di un altro ordine). Ma nel 1886, con la legge del Regno d'Italia sulla soppressione degli ordini religiosi, le suore furono nuovamente sfrattate e l'edificio adibito a caserma.

A "vendicare" le suore ci pensarono le bombe inglesi della WW2 che lasciarono in piedi solo parte delle mura perimetrali ed il campanile,  distruggendo tutto il resto.

Contrariamente agli altri edifici limitrofi, questo non fu ricostruito (perché?) . Dopo decenni di abbandono vennero consolidate le murature pericolanti ed il campanile. Poi furono fatte (tardivamente) delle tettoie in vetro per salvare alcuni ambienti dagli agenti atmosferici.
E ci misero un tabellone.  Tutto qui ?

Cartellone esposto il piazza S.Maria in Passione


Esterno della chiesa


esterno della chiesa


vista da S.Silvestro



Uno spazio "importante" in una zona importante, abbandonato al degrado per mezzo secolo...

Dal 2014 è "sede"  della "Libera Collina di Castello" , una associazione che si definisce:  "uno spazio culturale, luogo d'incontro e autoformazione: dove studenti, abitanti e persone operanti nel mondo dell'artigianato, della cultura e dell'arte possono sviluppare il proprio lavoro e condividerlo con la città".
Per lo meno così è aperto al pubblico e dignitosamente pulito anche se solo parzialmente utilizzato rispetto alle potenzialità del sito.
Qui l'interno della chiesa.








Pulito, ma ci lasciano crescere dentro gli alberi che con le radici danneggiano le fondamenta ed a lungo andare provocheranno gravi lesioni alla struttura ancora in piedi.



Il campanile "come nuovo"



Il  "piano" superiore



il piano superiore, spalle alla porta di entrata. Vediamo la "nuova" facoltà di architettura al S.Silvestro.



Al piano superiore c'è un orticello ed un prato. Peccato che gli alberi non facciano "bene" alla struttura muraria sottostante.



Il prato, con altri alberi...



Sala sotterranea attrezzata a pranzo e cucina























Di qui si sale al campanile

Tutte le foto sono degli autori del post.

Ed ecco una vista dall'alto della situazione attuale:

Tratta dall'opuscolo della associazione Libera collina di castello




Peccato che non abbiamo immagini di quando la chiesa ed il convento erano ancora in funzione.

Invece l'opuscolo pubblicato dalla Libera Collina di Castello ci ha fornito alcune immagini fotografiche degli interni, prese prima della guerra:

Posizione non specificata


Parte anteriore sinistra della chiesa



Parte anteriore destra della chiesa e situazione attuale
















Parte posteriore della chiesa (libera collina di Castello)


posizione non specificata (libera collina di Castello)

ed alcune foto post-belliche, prese pria dei "consolidamenti"







Nel 2001 la Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti proprio ha fatto fare uno studio molto approfondito di Santa Maria in Passione con rilievo lingimetrici e fotogrammetrici e con mappature dei degradi, relazioni storiche e foto. 
Antonella Barbara Caldini ci ha fornito alcune foto di quei rilievi.

 








lunedì 27 marzo 2017

Inaugurazione della linea ferroviaria Torino/Genova 1854




La linea ferroviaria Torino/Genova era già terminata ma Genova non aveva ancora una stazione ferroviaria.  Il comune ed i vari ministeri interessati non riuscivano a mettersi daccordo, i progetti abbondavano ma, tra i veti incrociati, le decisioni tardavano a venire (insomma, allora come oggi la decisione più frequente era: "decidiamo di non decidere")
In attesa di decidere dove e come fare la stazione terminale di Genova (poi "Piazza Principe"), la linea ferroviaria terminava provvisoriamente a Piazza Caricamento. Qui il treno immortalato davanti a villa Rosazza a Di Negro.

Genova Piazza Principe- storia di una stazione di VittorioBagnasco Nautilus ed.



E proprio a Caricamento, nel 1854 avvenne l'inaugurazione ufficiale della linea ferroviaria con l'arrivo, in ferrovia,  delle loro maestà, re e regina.
Vennero allestiti i soliti palchi per le loro maestà, per le autorità ed il pubblico.

Una Storia Dipinta ed ggallery


Una Storia Dipinta ed ggallery


Qui ripresa da "monte a mare" l'immagine ci mostra sullo sfondo anche la "famosa" Terrazza di Marmo con i suoi porticati.

Genova Piazza Principe- storia di una stazione di VittorioBagnasco Nautilus ed.





Da notare che re e regina viaggiavano in carrozze separate, ciascuno con il suo seguito.

La carrozza del re:

Genova Piazza Principe- storia di una stazione di VittorioBagnasco Nautilus ed.


La carrozza della Regina:

Genova Piazza Principe- storia di una stazione di VittorioBagnasco Nautilus ed.



Alla fine, si decise di costruire la stazione principale genovese fra Piazza Acquaverde e piazza del Principe, sacrificando i Magazzini del Grano la  "superstite" porta di S.Tommaso e le mura che andavano da questa al bastione di San Michele, compresa una buona metà del bastione stesso ed i ruderi della chiesa di San Michele.

Piantina del 1752  da Genova Piazza Principe- storia di una stazione di VittorioBagnasco,  Nautilus ed.

Ma questa è un'altra storia.



sabato 18 marzo 2017

La porta dei Vacca o di Santa Fede.




Come al solito partiremo da... da quando la porta non c'era ancora, ovvero dalla mappa del Poleggi del sec.XI.
Vediamo la cinta delle mura del novecento che racchiudeva la città in un semicerchio di circa un miglio romano di raggio.  Partendo dalla porta di S.Pietro, e segnata in rosso, l'Aurelia costeggia la chiesa di S.Siro per dirigersi a ponente.
Fuori delle mura spiccano le tre grandi chiese che daranno presto origine ad altrettante borgate : S.Maria (Vigne), San Siro,  e Santa Sabina .  Santa Fede non c'è ancora.

Una città portuale del Medioevo - Genova nei secolo X-XVI di  L.G.Bianchi e E.Poleggi   ed. Sagep


Facciamo un bel salto temporale... ops... (tutto bene?), ma si , ormai siamo esperti nei viaggi nel tempo, vero ?, e siamo arrivati nel sec. XIII , con le mura del Barbarossa già terminate (ed il Barbarossa morto e sepolto.  Un vero peccato perché il secolo precedente doveva essere interessante... ci sarebbe piaciuto veder costruire le mura e vedere il Barbarossa, che a malavoglia, firmava i "privilegi della città". 
Ma il Poleggi aveva premura... e così ha saltato il secolo a piè pari e siccome viaggiamo "sulla sua linea temporale" ci dobbiamo adattare a fermarci alle sue "stazioni"...

Tornando seri, ecco le mura del Barbarossa (quelle in nero, le linee viola segnano invece i confini delle parrocchie).  Ed ecco la porta dei Vacca, con le sue torri quasi sulla riva del mare.
Venne costruita tra il 1155 ed il 1159, su terre appartenenti alla famiglia dei Vacca, (che avevano case di proprietà in zona)  contemporaneamente alla copertura a volta del rio Carbonara,  che passa sotto l'attuale via delle Fontane.
La chiesa di Santa Fede, costruita pochi anni prima, rimase "fuori mura" e come da usanza dei tempi diede uno dei due nomi alla porta.
L'altro nome "Vacca" è testimoniato da un documento del 1142, in cui si autorizzava un certo Ansaldo di Vacca a costruire delle abitazioni vicino alla chiesa di S.Fede.

Una città portuale del Medioevo - Genova nei secolo X-XVI di  L.G.Bianchi e E.Poleggi   ed. Sagep
Per vederla meglio ne rimettiamo un particolare qui di seguito.  Intanto notiamo che nei due secoli passati la città si è ingrandita e le tre chiese che prima erano in "campagna"  sono ora al centro di popolosi quartieri. Anche la "litoranea" fuori dalle mura, verso ponente, si sta popolando di quartieri artigianali e commerciali, seguendo l'aumentata necessità di nuovi accosti commerciali lungo la riva. Non ci sono ancora pontili sporgenti sul mare e le imbarcazioni vengono arenate sulle spiagge o all'occorrenza trascinate in secco sotto la protezione dei porticati, ma il Poleggi ci segnala già (con i triangoli sulla spiaggia) le zone usuali di approdo, dove a breve spunteranno i primi moli. 




Vi chiederete perché perdiamo tanto tempo in chiacchiere "fuori tema" invece di parlare della "Porta"
e vi darete anche da soli la risposta: "questi non ne sanno quasi nulla".
Infatti avreste indovinato... la porta è rimasta lì per quasi mille anni e non abbiamo trovato nemmeno due righe al riguardo. Possiamo citare solo un "trafiletto" secondo il quale le torri, persa molto presto la loro peculiarità difensiva, vennero adibite ad uffici pubblici (giudiziari, carceri et simili) fino a venire alienate e passare in mano ai privati (proprietari delle abitazioni adiacenti), che le incorporarono nei propri palazzi modificandole ed aprendovi porte e finestre. 

Anche le immagini "d'epoca" pervenuteci sono poche e di scarsa qualità  (e fedeltà di riproduzione) come questa del 1537.  Qui già la porta non è più nella sua funzione originale perché già nel 1350 le mura erano state estese a ponente fino al capo d'Arena, dove la "nuova" porta di San Tommaso era difesa dai bastioni di San Tommaso e S. Michele.

Mappa di Antonio Lafrery-Roma 1537- copia a stampa 1581 Palazzo Rosso ...

O come questa del XV secolo pubblicata su FB da Elio Berneri  (Museo di Pegli o MuMa Darsena?) in cui si vedono sullo sfondo le mura più recenti.




Qui facciamo un altro salto temporale importante (tenetevi forte) e passiamo al 1800 dove invece il materiale finalmente abbonda.

Iniziamo con un bel disegno di M.P. Gauthier del 1818 molto chiaro nei particolari.  non è colpa del disegnatore se i palazzi sembrano aver "ingoiato" le torri così mettiamo una evidente freccia rossa per segnalarle, e se roviniamo il panorama (forse) ci perdonerete.

 M.P.Gauthier 1818 da SAGEP Porto di Genova (part1)


Di seguito, nel 1843 Van Loon dipingeva questa scena, pubblicata su FB da  Renata Pittaluga. Qui finalmente cominciamo a vedere le aggiunte posticce applicate alle torri nel corso dei secoli precedenti, di cui abbiamo accennato in precedenza. Vediamo pendere le catene di Pisa ma non riusciamo ad indovinare lo scopo della strana incastellatura di pali sulla torre di destra

1843 Pieter Van Loon - FB by Renata Pittaluga


Nel 1850 ca nasce il Bacino di Carenaggio in muratura che viene dipinto con le torri sullo sfondo.

Galata Museo del Mare



Così arriviamo alla nostra prima fotografia (senza le catene, siamo nel 1905) .

Cartolina edita da Garzini e Pezzini-Milano - viaggiata nel 1905


Ed ecco una vista anche da levante, percorrendo via del campo in tempi più recenti. Ce l'ha data Renzo Bonzini  dal quale abbiamo rubato questo scatto su FB.
Sotta la volta, difficile da inquadrare per la scarsità di luce, c'è una "caditoia" chiusa da  "tappo in mattoni.

Foto pubblicata su FB da Renzo Bonzini



Ricordiamo che in origine l'acquedotto seguiva il percorso delle mura utilizzando presumibilmente il cammino di ronda. Arrivato alla "torre a mare" piegava ad est e proseguiva sul percorso dei portici della Ripa.   Sul camminamento fra le due torri si trovavano i rubinetti che regolavano il flusso ai bronzini della zona




Concludiamo con questa foto attuale  che documenta la differenza tra il restauro del 1782 della torre "a monte" effettuato con un nuovo  rivestimento in pietra e quello effettuato negli anni 60 sulla torre "a mare".
Quest'ultimo sarà più "scientifico" e  "moderno" di quello antico ma ci ha lasciato una torre tutta "rappezzi" e brutta da vedere (tanto che fra le due, quella rifatta nel 1782 sembra "nuova").