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lunedì 15 novembre 2021

Chiesa del Carmine e di S. Agnese

 

 

Il doppio "titolo" è dovuto al fatto che, nel 1798, la vicina chiesa e convento di S. Agnese venne soppressa e venduta dalla Repubblica Democratica.  Il titolo passò quindi alla chiesa del Carmine, che nella stessa data era stata tolta ai Carmelitani e passata al clero regolare

 

 


Nel XIII secolo alcuni frati della confraternita dei "Solitari del Monte Carmelo" , per sfuggire alla "morsa" dei Saraceni si rifugiarono in Europa.  

A Genova, nel 1262, un gruppo si stabilì nella zona di S. Agnese, lungo la strada (crosa) che dalla porta di S. Agnese conduceva a quella di Carbonara e poi su in San Nicola. Il terreno dove sorgevano chiesa e monastero in origine apparteneva all'Abbazia di San Siro, con la quale nei primi tempi sorsero alcune divergenze, in seguito appianate.


 

La zona, inizialmente a vocazione agreste, era edificata lungo le crose che portavano alla Porta di Carbonara e a San Nicola  ed abitata da artigiani, ed in seguito da droghieri che quiavevano abitazioni e botteghe ed anche una loro loggia pubblica (da cui i toponimi: vico dello zucchero e del cioccolato). 


 

Già nel 1330 la presenza della chiesa (come d'uso) provocò il cambio  del nome della zona, da Vallechiara a Carmine. 

Nel 1340 Vi eressero una cappella i caravana Bergamaschi

DizionarioDelleChieseDiGenova-1967-G.Mercenaro+F.Repetto1970Tolozzi - PDF

 

Nel 1467 fu la volta della cappella dei maestri di grammatica

e nel 1660 ne adottarono una anche i formaggiari

Il 1660 venne anche innalzato il campanile e l'interno trasformato con stucchi e pitture in stile barocco.

All'incirca in quella data (1656) sette ingegneri disegnarono la mappa completa della città, che venne rielaborata e pubblicata da Giacomo Brusco nel 1766.  Ne facciamo vedere qui uno stralcio relativo alla zona interessata, e notiamo che non ci sono importanti cambiamenti rispetto alle precedenti mappe del Poleggi.  E' stata solo aperta una nuova porta in corrispondenza del viale che portava all'Albergo dei Poveri ed un viottolo che la collegava direttamente alla Piazza Della Nunziata. La chiesa del Carmine si presenta ora circondata da costruzioni su tre lati.


 

 

Sulla forma esterna della chiesa nei tempi antichi ci sono diverse descrizioni ma abbiamo solo questo disegno di Domenico Piaggio del 1720 .

DizionarioDelleChieseDiGenova-1967-G.Mercenaro+F.Repetto1970Tolozzi - PDF

 

 

Un secolo dopo  P.D.Cambiaso ci regala questa veduta del 1827 ca. (pubblicata da Luca Dasso).

Come abbiamo detto in apertura del post, nel 1798, i Carmelitani erano stati cacciati e la chiesa era stata affidata al clero regolare. Il monastero venne diviso e in gran parte venduto a privati. 


 

 Nel 1870 si pose mano alla costruzione di via Brignole De Ferrari per stabilire un collegamento carrabile tra Piazza della Nunziata e la costruenda Circonvallazione a Monte. La nuova strada passava dal lato opposto della antica crosa, eliminando i resti del vecchio monastero e le costruzioni che nel corso del tempo si erano appicicate alla chiesa.

Fu quindi necessario modificare gli ingressi, ribaltandne la posizione per dare accesso alla chiesa dalla  nuova strada. 

In questa foto siamo nel 1890 ca. e vediamo la "nuova" sistemazione viaria, quale rimane ancor oggi. 

Foto Noack - file di Mariano Bosco


Aggiungiamo tre immagini attuali da Google maps.


 


 

 

 

 

 Non è nostra abitudine dilungarci in complicate descrizioni di immagini sacre e altari. Quindi mostreremo quel poco che abbiamo e se qualcuno ci manderà una foto ben fatta (e commentata) saremo lieti di aggiungerla, citandolo.

Iniziamo con un affresco che ornava il chiostro del monastero. Durante la demolizione del monastero è stato "strappato" ed è ora conservato nell'archivio della chiesa (sarà da restaurare?) 

DizionarioDelleChieseDiGenova-1967-G.Mercenaro+F.Repetto1970Tolozzi - PDF

 

DizionarioDelleChieseDiGenova-1967-G.Mercenaro+F.Repetto1970Tolozzi - PDF

DizionarioDelleChieseDiGenova-1967-G.Mercenaro+F.Repetto1970Tolozzi - PDF

DizionarioDelleChieseDiGenova-1967-G.Mercenaro+F.Repetto1970Tolozzi - PDF



Parlandi del carmine non possiamo non citare ciò che ne scrisse Petrucci.


E parlando del Carmine non possiamo dimenticare Don Gallo


Foto pubblicate da Giovanna Secchi










giovedì 13 giugno 2013

Il Porto al lavoro - i mezzi tradizionali




Fino alla fine del 1800 il porto ci sarebbe sembrato un ammasso caotico di imbarcazioni.
Infatti le navi erano tante e gli ormeggi in banchina pochissimi.
Quindi la rada interna era molto affollata.
Ad un osservatore poco pratico di cose di mare quell'assembramento di navi, chiatte e barche di tutte le dimensioni sarebbe parso un caos. Ma era un caos ben organizzato.

Cartolina Ed. Negro - non circolata


Un caos ben organizzato , perchè , a ben guardare, le navi erano ormeggiate in file regolari ad apposite boe ed avevano almeno un fianco libero per poter svolgere le operazioni commerciali su chiatte.


Cartolina Ed. non rilevato - non circolata

Già, le chiatte.  Le chiatte erano  l'uovo di Colombo che permetteva al porto di funzionare.
Ce n'erano di tutte le dimensioni e forme : chiuse, aperte, pontoni .... qui sopra ne vediamo in primo piano alcune  piuttosto particolari  ma la classica chiatta era un largo barcone in legno senza alcuna struttura che veniva coperto solo con un telone cerato. 
Le chiatte erano il  "motore" del porto:  servivano a portare le merci a terra dalle navi in rada e viceversa ed erano anche utilizzate come magazzini galleggianti.

Ve n'erano tante , un vero "mare di chiatte" come vediamo nella immagine che segue.

Cartolina Ed: Fotocromo Milano -
La foto qui sopra , oltre al "mare di chiatte prospicente il Molo Vecchio ci mostra un interessante scorcio di città tra l'Annunziata ed il Carmine.


 Ho poch'anzi detto che le chiatte erano il "motore" del porto ma non è esatto, il vero "motore"  del porto erano le braccia umane.  Già, le braccia, perchè a forza di braccia si caricavano e scaricavano sacchi, casse, bauli, botti, balle di lana e pelli, e quant'altro potesse essere maneggiato da una o più persone . Qui vediamo i "caravana" che caricano merce in sacchi  da un carretto ad una chiatta di tipo classico (notare il telone arrotolato sulla traversa in legno che lo sostiene). Sullo sfondo, a destra vediamo una chiatta carica coperta dal suo telone

Copertina di Pubblicazione Periodica 


"Coffinanti"  al lavoro.
I coffinanti trasportavano a spalla le "coffe" ovvero recipienti in genere di vimini dove venivano messe le mersci "sfuse"  (in polvere o granelli) ovvero carbone , caolino, zolfo etc che potevano arrivare al peso di 100 chili.
Le coffe venivano riempite manualmente e trasportate a spalla a mezzo di precarie passerelle che univano la nave (o la chiatta) alla banchina. Qui vediamo, in una tela di  G.Pennasilico il trasporto di caolino da una chiatta alla banchina

da:  G.Pennasilico Una Storia Dipinta ed ggallery



Anche il carbone veniva sbarcato dalle navi sulle chiatte e da queste trasportato a terra da operai muniti di "coffe"
Tela di G.B.Costa -  Civica Galleria d'Arte Moderna - Genova

Ed. SAGEP- Porto di Genova storia e attualità

Altra immagine di "coffinanti" al lavoro.  Non siamo nel Medio Evo ma nel 1936, l'altro ieri .
La nave è in ferro, dotata di verricelli a vapore. Non lavora in rada ma è già ormeggiata alla banchina, con i vagoni sottobordo pronti a ricevere il carico. Ma il sistema è lo stesso: con il bigo di carico si tirano su le coffe dal fondo stiva fino al ponte di coperta dove i coffinanti se le caricano in spalla e vanno a versarle nei vagoni in attesa in banchina. Si risparmia il passaggio via chiatta ma le spalle e le braccia sono ancora sempre il motore del porto.


In stiva il lavoro più malsano:  si riempiono le coffe, al chiuso, caldo, aria viziata e polvere, tanta polvere di carbone che entra dappertutto .... chi non c'è stato non può capire.

foto da:  Autorità Portuale di Genova - Archivio Storico - Il Porto visto dai fotografi - a cura di Danilo Cabona e Maria Grazia Gallino - ed. Amilcare Pizzi



In coperta quello più duro: una coffa piena può pesare 100 chili .... bilanciati bene il centro di gravità e stai attento a dove metti i piedi....

foto d'epoca -1936 da Il Porto Frainteso di Macciò e Migliorino ed.Costa&Nolan

..... ed in cima alla passerella c'è uno che ti aiuta a versare il carico nel vagone, senza perdere la coffa o finirci dentro.....
scarico carbone 1936 da Il Porto Frainteso di Macciò e Migliorino ed.Costa&Nolan

Non solo, ma il carico viene anche pesato, in coperta, coffa per coffa, prima di essere scaricato nel vagone.
A questo provvedono i "pesatori", con l'apposita stadera "spelleggiata", mentre un "commesso" prende nota del peso di ciascuna coffa.

foto da:   Autorità Portuale di Genova - Archivio Storico - Il Porto visto dai fotografi - a cura di Danilo Cabona e Maria Grazia Gallino - ed. Amilcare Pizzi



Ma torniamo un pò indietro nel tempo con questa immagine della Darsena (e Ponte Reale) nel 1910 con le merci sui carretti pronte per essere caricate sulle chiatte in attesa a bordo banchina. 

Cartolina Ed. Mangini - non circolata



Quasi la stessa scena vista dal mare, con le chiatte piene di merci accostate alla banchinaed un veliero ormeggiato al "quartiere"  Cembalo

Darsena e Ponte Reale - cartolina di EBG-GPM sped. 1916



In questa panoramica del porto del 1909 abbiamo in primo piano Ponte Colombo con la Calata Chiappella e possiamo vedere che lungo la banchina si caricano e scaricano le chiatte, già con l'ausilio di piccole gru di banchina, mentre i piroscafi sono ormeggiati sulla testata del molo e svolgono le loro operazioni su chiatta (si vede chiaramente la chiatta sottobordo)
Davanti al Molo Vecchio si vedono ormeggiate  le chiatte coperte dal telone cerato.

Cartolina Ed.Trenkler Lipsia - Sped. 1909




In questa immagine vediamo al centro  due chiatte vuote (scoperte) trainate da un rimorchiatore  ed a sinistra della immagine un pontone di carico galleggiante  e sulla destra tre grue di banchina.

Cartolina Ed: B&C Zurigo

Già, il pontone.  Con questo siamo arrivati a mostrare i mezzi meccanici di sollevamento.
Abbiamo detto che le braccia dei caravana e dei camalli erano il vero motore del porto, ma non tutti i carichi erano a "misura d'uomo" .  Pesanti macchinari, blocchi di marmo, etc non potevano essere "camallati"  ma dovevano essere spostati con apposite "macchine".

Macchine, anche ingenieristicamente complesse che però, fino al 1800,  erano mosse dall'energia "umana".
Erano comunque le braccia (o le gambe) degli uomini che facevano muovere i paranchi per sollevare i grandi pesi, come vediamo in questo particolare da una tela di Dionisio De Martino del 1575 che "descrive" il dragaggio del Mandraccio e ci  mostra un pontone dell'epoca con la grande ruota che serviva da "motore" per l'argano.
Lo stesso sistema era usato dalle draghe dell'epoca che con il  "paranco"  manovravano un apposito strumento a cucchiaio con il quale "raspavano" il fondo prelevandone il materiale.

2aca Dragaggio del Mandraccio nel 1575 tela di Dionisio de Martino  Genova civico Museo Mavale Sagep Porto di Genova tra Molo e ponte Cattaneo


Qui invece  vediamo due pontoni galleggiati a motore impegnati nei lavori di ampliamento del porto che mettono in opera sul fondale pesanti blocchi di pietra o di cemento agli inizi del 1900.

Cartolina Ed. non rilevato - spedita 1904

Qui due pontoni ormeggiati insieme ad altre imbarcazioni.

Cartolina Ed. non rilevato - sped 1909

Anche in questa immagine senz'altro più antica delle precedenti ma purtroppo non datata vediamo un pontone di sollevamento ( e, sulla sinistra, un battello a ruota)
Il vascello Militare (con cannoni) in primo piano sta sollevando, con i propri mezzi, un carico dalla chiatta ferma sottobordo.

Copertina di Pubblicazione Periodica

Due immagini di Calata S.Lazzaro.
La prima con la calata in costruzione

Copertina di Pubblicazione Periodica




Qualche anno dopo Calata S. Lazzaro con chiatte e grue di banchina.  Al centro della foto vediamo la ciminiera della stazione principale che forniva liquido (acqua saponata) sotto pressione per far funzionare le gru idraulicheche vediamo nel porto.
C'erano poi delle sottostazioni in vari punti del porto che mantenevano costante la pressione con un sistema "a gravità" (spiegato in poche parole, ma ci vorrebbe un post a parte per descrivere come era strutturato e come funzionava questo sistema, che è nato nel 1880 ed rimasto in funzione con buoni risultati fino agli anni 1960)

Cartolina Ed. Brunner Como - non circolata

Inizia l'epoca della meccanizzazione del lavoro che sfocerà nella realizzazione dei grandi elevatori per le rinfuse ed i terminals containers. Meccanizzazione  che da un lato renderà meno pesante il duro lavoro dei "camalli" ma dall'altro porterà alla riduzione della manodopera impiegata.
I mezzi meccanici hanno reso più facile e molto più salubre il duro lavoro nel porto ma in un certo senso lo hanno disumanizzato.
Forse pochi saranno daccordo con me quando dico che in un certo senso c'era più "umanità" nel duro lavoro del "coffinante"  che in quello del gruista su una supertecnologica struttura odierna.